lunedì, novembre 27, 2006
c’era una volta e adesso proprio più
rosso di sera che storia tutta vera
mattina rosso tornar nel fosso proprio non posso
postato da: tamai alle ore 15:37 | Permalink | commenti (3)
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lunedì, novembre 27, 2006

Questa immagine è un po' la sintesi di un libro - a fumetti - "LE PANTOFOLE DELL'ORCO, Storia di un amore crudele" di cui incollo della recensione recensione - http://www.universitadelledonne.it/donne_attente.htm - scritta da Maria Vittoria Vittori su Liberazione del 19 maggio  2006

 L'immagine illustra i possibili campanelli d'allarme che potrebbero indicare la pericolosità di una relazione di coppia, tutta l'immagine puuò essere scaricata in pdf a questo indirizzo:

http://www.friends-of-rosalind.com/warning_signs.pdf

Roz

 "«La debolezza degli uomini uccide le donne» era scritto a caratteri cubitali nella pubblicità pubblicata sull’ultima pagina di Liberazione, domenica 14 maggio. Vero. Come dimostrano tanti, troppi casi di cronaca nera: l’ultimo quello di Jennifer.

Donne violentate, picchiate, uccise. Ma una donna si può uccidere anche senza armi e senza spargimento di sangue: con le parole, con gli atteggiamenti, al riparo delle mura domestiche. Ordinarie storie di straordinaria violenza psicologica che mietono vittime, eppure passano inosservate.

Come quella vissuta e raccontata da Rosalind B. Penfold nel lancinante diario a fumetti Le pantofole dell’orco. Rosalind B. Penfold non esiste: è solo lo pseudonimo scelto da questa affabile signora canadese che mi sta davanti, ma la sua storia è vera.

Inizia, come tante storie d’amore, nel modo più luminoso e romantico, con gli sguardi, le rose, le telefonate. Tutto sembra lusinghiero, all’inizio; ed è per questo che è facile finire dentro una storia distruttiva, racconta Rosalind.

«Perché tutti quelli che poi ho imparato a interpretare come segnali d’allarme allora mi sembravano positivi: le dieci telefonate al giorno erano per me un segno d’amore. Ora so che erano il segno di una personalità estremamente fragile che aveva bisogno di sapere dove mi trovavo in ogni momento della giornata». Ed è così che, sedotte dal corteggiamento e dall’attaccamento, ci si può ritrovare a vivere con una persona che gradualmente invade i tuoi spazi, ti invade, ti cannibalizza.
Questo raccontano, anzi “gridano” i disegni di Rosalind: la trasformazione di un uomo fragile e collerico che sembra sinceramente innamorato in una sorta di cannibale e di una donna forte che si crede sinceramente innamorata in una vittima a tutti gli effetti. «Ci illudiamo spesso di essere forti perché riusciamo ad affrontare situazioni difficili nel lavoro e nella vita - spiega Rosalind - e invece ci dimentichiamo del fatto che se si fa cadere una goccia d’acqua sulla roccia ogni giorno, per anni, anche la roccia finisce per sgretolarsi. Gli abusi verbali e psicologici non si avvertono subito ma producono effetti cumulativi che possono mandare in frantumi l’identità».

Il partner ti urla che sei incapace, ribadisce che sei inaffidabile, sostiene che sei psichicamente instabile - l’inchiostro di queste vignette dilaga, fino a ricoprire la pagina di una densa nube nera -; il partner ti insulta, ti ferisce, ti tradisce e, se lo scopri, ti fa passare per visionaria. «Questo tipo di abuso è anche peggiore di quello fisico. Non ne esci con un occhio nero, ma distrutta dentro. Viene meno qualsiasi forma di autostima e se lui continua a negare i fatti, si arriva a dubitare perfino della propria percezione della realtà. E si vive una condizione di dualismo perché si osserva un comportamento doppio del partner: fuori casa è tranquillo, perfino premuroso; a casa è infido, violento. Si cammina sui cristalli per decifrare quello che vuole, per cercare di rabbonirlo. Ma ci si fa sempre e comunque male.»

Quante donne si sono riconosciute, si riconosceranno nella storia di Rosalind? «Sono convinta che questo libro darà alle tante Roz del mondo il potere di cambiare le loro esperienze. E’ un libro che conferma che quello che stanno vivendo è vero. Può sembrare strano, ma quando ho vissuto quella situazione provavo una sensazione di irrealtà, pensavo che nessuno mi avrebbe creduto. Così, quando mi capitava qualcosa che mi sconvolgeva, correvo in bagno e buttavo giù un disegno di quello che mi era successo. Avevo bisogno che ci fossero delle prove documentarie».

Che di Roz ce ne siano tante, e abbiano bisogno di alimentare o resuscitare la propria autostima per uscire dalla trappola dell’orco in pantofole è confermato dal grandissimo numero di contatti registrati dal sito www.friends-of-rosalind.com. Un sito di indubbia utilità, che collega con diversi centri di aiuto e fornisce indicazioni per riconoscere e definire chiaramente i principali segni di abuso, quelli che passano quasi inosservati, rubricati sotto la voce “lo dice perché è arrabbiato”, “lo fa perché è geloso e a me ci tiene”. Perché le trappole dell’orco sono ben dissimulate. "

Rosalind B. Penfold
Le pantofole dell’orco
Sperling&Kupfer, pp. 266, euro 17,00


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lunedì, novembre 27, 2006

Tratto da: "Appello rivolto alle istituzioni per un impegno concreto, per una donna soggetto di diritto e non oggetto di diritti, per l’autoderminazione femminile. "

Giusto uno spunto di riflessione, che non è uno slogan femminista ma un dato di fatto:

"Gentilissime e Gentilissimi Rappresentanti delle Istituzioni Italiane,
ricorre il 25 novembre un triste anniversario, internazionalmente celebrato, per ricordare le donne che hanno subito violenza: come è noto,
l’omicidio rappresenta la prima causa di morte per le donne, in Europa e nel mondo.

Noi preferiamo parlarVi di femminicidio: per includere in un’unica sfera semantica di significato ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all'integrità, allo sviluppo psico-fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori. Il femminicidio è basato su relazioni di potere diseguali [...]."

Tutto il documento è pubblicato su http://www.women.it/

postato da: tamai alle ore 12:23 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, novembre 23, 2006
al tuo pensiero il fiato smozzicava
lo stomaco faceva bolle strane
il passo incespicava malandante

lo specchio mi faceva le boccacce

 

postato da: tamai alle ore 09:58 | Permalink | commenti (3)
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martedì, novembre 21, 2006
postato da: tamai alle ore 14:23 | Permalink | commenti
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martedì, novembre 21, 2006

questo qui è amico di quello su. E sono tutti amici miei.

postato da: tamai alle ore 12:43 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, novembre 20, 2006
Faceva circa così: nel sonno si era immaginata un gran colore riempire i colori di tutto. Come se un’onda densa fosse scoppiata, altrove, e tutta quell’irruenza avesse fatto breccia in qualche crepa del suo guscio, o dell’involucro, o della stanza, che importa. Il meglio era che i colori di prima sembravan freddo, a confronto. Quel fiume in piena ingrossava e ridipingeva tutto di calore, sembrava quella serata di autunno in cui passeggiavano sul viale strisciando i piedi fra le foglie enormi e gialle e c’era musica nel cuore e nella voce. Sembrava la piccola luce nella camera, dove risaltavano i colori degli oggetti e dei libri e anche del disordine, e degli occhi sorridenti e dei capelli.
E poi non era un sogno. Solo la paura che fosse un fragile equilibrio, come quando sei piccolo e ti dicono di non toccare le ali delle farfalle, se no la polverina viene via e non volano più.
Era vero, e germogliava sopra a tutta la sua ruggine tagliente.
postato da: tamai alle ore 13:53 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, novembre 16, 2006
Questo BLOB è datato! Come me, no anzi: io sono MOLTO più datata di lui. Però, come dire, la datazione mi conferisce un mio perchè, oppure ho sparpagliato e fritto le risorse? E che dire del mio involucro? Dovevo essere più aggressiva coi radicali liberi? Mi sorgono dubbi importanti. Cosa è uscito dal frullatore? Frankenstein? Cher? Sue Ellen? Il doppio scoppiato di Dorothy? Poi quel faccino in alto a sinistra non mi somiglia per niente, assolutamente. Provo a fare un elenco delle cose che mi somigliano: pino, boschetto, acqua, coperta, fuoco nel camino, riccio porcospino, autunno, polenta nel paiolo. Ma non finisce così.
postato da: tamai alle ore 11:43 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, novembre 15, 2006
Che strano. Nessuno si muoveva, rimanevano tutti lì a guardare, immobili. Il cielo era così grande che non si riusciva mai a percorrerlo tutto, con lo sguardo, e il vento talmente forte che neanche i pensieri avrebbero potuto rallentare, almeno per essere ascoltati. Correva, ancora più veloce di quel vento. I muscoli tesi, lo sguardo dritto davanti rifletteva solo quell‘assurda volontà di continuare. Senza vedere esitazioni o inceretezze, domande giuste o fuorvianti. Ma davvero, ci si chiedeva se sapesse cosa stava facendo, dove stava correndo, così, senza più guardarsi indietro, senza più incrociare gli occhi e le parole di chi, con apprensione, lo stava ad osservare.
 
E‘ buio laggiù, dove potrà mai arrivare? Chissà quale pericoloso balzo lo aspetta…. forse un mare scuro e inospitale…schiume e viscide mani, suoni taglienti e promesse derise e tradite.
 
Noi sapevamo, eppure non servì, che la laguna, laggiù, non era reale. Non lo era quel cielo frastagliato e cupo e neanche, purtroppo, quel verde acerbo, sembrava appena germogliato.
 
Eppure, che saggezza poteva mai essere, a che poteva mai servire, se la sua ostinazione era orba, orba e chiusa al mondo?
Perchè calpestare quella strada, poteva la polvere risparmiare il suo respiro?
Follia, coraggio, nostalgia, o sempre sfida …
 
Era sua quella natura che rincorreva e calpestava e respirava col fiato corto e … il corpo, era suo quel corpo di molle pietra e spine? Dentro il sangue urlava, impazziva. Cercava l‘anima in cui mischiarsi, assoluto e felice, pazzo e gentile, fecondo. Correva per questo, correva anche quando gli occhi erano opachi e gli arti sprofondavano in una lava gelida e incolore.
 
Aveva abbandonato il nostro mondo, noi che lo nutrivamo della nostra vita e del nostro abbraccio tiepido e sicuro. Per dove? Il dolore o il sole vero? Quale indecifrato ritmo lo impregnava di tanta ostinazione?
 
Silenzio, adesso. Così non puo servire, Li abbiamo visti, vortici e spirali, inarcarsi e intricarsi ed annodarsi in spasmi inutili e mortali. L‘anaconda? Come potrebbe stringere e inghiottire, se le sue spire abbracciano un‘aria putrida e indigesta? Troppe domande, troppo presuntuoso supporre, decifrare, scavare, imbalsamare. L‘aria è putrida e indigesta, e la vita ha disertato quell‘involucro odioso. Ora e altrove, galoppa alla ricerca.
Era senz‘altro tutto quel vasto spazio, privo di appigli o anfratti o zone buie o familiari. Lo spazio, si‘, anche in assenza di vento, lo spazio era l‘eco impietosa, tutto vi rimbalzava in smozzichi di voci, immagini, desideri, suoni-parole-ricordi e futuri destini, presunte premonizioni. Tutto vi galleggiava, in agguato, per poter prendere il sopravvento nel richiamo di ogni piccola suggestione. Non era come l‘avesse sempre abitato, era l‘innesto, un‘alchimia fra terra e cielo inafferrabili, vergini per quel sangue e quel pensiero.
Ma intanto quelli pattinavano, audaci o vili, sul ghiaccio che gli si frapponeva. Chi aspettava la rivelazione, il sollievo del ritrovato amore, chi l‘attimo di una vampata di calore, che per sempre li avrebbe incastonati l‘uno all‘altra. Pattinavano scivolandosi, toccandosi a occhi chiusi, col cuore sempre all‘erta.
Ecco, figuratevi voi, quale accozzaglia di impressioni riusciva a suscitare, senza aver dato un senso, un soggetto, alla disperata corsa, al preoccupato coro. Eppure tutto fluiva dal principio, e il senso era nascosto in quelle omissioni, per volersi proteggere all‘estremo, per cercare nelle parole liberta‘ e sollievo.
postato da: tamai alle ore 14:24 | Permalink | commenti
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venerdì, novembre 10, 2006
Guarda la favola
e sotto cosa c’è
rompi il castello
bellezza non ce n’è
storie di prigionieri e affronti
lascia perdere i prìncipi
i cuori infranti
delizie arabescate
o arabescati ponti
 
soprusi di potere tutto avere
dimentica gli sfarzi dell’amore
di amori azzurri
da povertà riscatti
e nozze di merletti
di schiavitù ricatti
 
Dolce la favola
per farti addormentare
e i sogni si confondono
cercandosi in quel mare
fatto di abbagli ed ombre di paure
felicità promesse
e graffi di dolore
postato da: tamai alle ore 13:40 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, novembre 09, 2006

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mercoledì, novembre 08, 2006
ogni storia ha un alone circostante
giallo di pera rosso passione verde spera
quando comincia la tua il colore si spaventa
e scappa via
postato da: tamai alle ore 13:51 | Permalink | commenti (4)
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martedì, novembre 07, 2006

 
postato da: tamai alle ore 15:22 | Permalink | commenti
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venerdì, novembre 03, 2006
currently made of japanese dream, soft english cake, suddenly iron shake, non sense and mistake. who do you think you are, instead?
postato da: tamai alle ore 15:32 | Permalink | commenti
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giovedì, novembre 02, 2006

esatto. i topi se ne stanno andando, questione di poco ormai: la maggior parte ha già ampiamente oltrepassato il margine destro della foto. sono arrivati in luoghi dove il sole ha smesso di tramontare e il mare è trasparente e non ti annega. mica poco, sembra facile mollare. mollare poi un malinconico tramonto, con quel cielo di fuoco e quel mare che è solo stanco, e in superficie... ma dentro: i vortici e le tane fredde e nere, le sirene ti imboniscono e ti spiazzano, ti spezzano, ti riducono al peggio. Feroce, questo nostalgico tramonto, i topi l'han capito finalmente, e all'unisono gli volgono il didietro, coda ritta, ci starebbe pure l'audio irriverente.

postato da: tamai alle ore 16:26 | Permalink | commenti
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